Una volta, tanto tempo fa, nell’inverno 2019, utilizzavamo il nostro nido per incontri, inserimenti, iniziative…….
I genitori partecipavano attivamente alla vita del nido e lo frequentavano, contenti di condividere spazi e pensieri con le educatrici, le persone che si occupavano dei loro bambini e bambine.
Di seguito troverete una bella storia di relazioni condivise, di collaborazione. Sembra appunto una storia di tanto tempo fa ma vogliamo proprio raccontarla ora, quando il trovarsi assieme è vietato, per buon auspicio per il prossimo futuro.

Martino è uno degli ultimi bambini inseriti nella sezione lattanti. Maria è l’educatrice che lo accoglie e aiuta in questo delicato passaggio. Io li ho accompagnati per alcune settimane nel loro iniziale percorso di inserimento e conoscenza reciproca. Abbiamo fatto un piccolo pezzo di strada assieme, piccolo ma intenso.
Di Martino mi colpiscono subito gli occhi: sono occhi che difficilmente concedono un sorriso, sembrano aperti a metà come se osservassero in modo enigmatico tutto ciò che vedono…..  ma sono occhi attenti, presenti, che catturano tutto ciò che possono. Sono occhi spesso spaventati, bisognosi di risposte.
Anche la posizione della testa, contratta, spesso piegata verso sinistra, sembra esprimere un grosso interrogativo su quanto vive durante l’inserimento.
Martino è un bel bambino, come del resto lo sono anche i suoi genitori: sono una coppia giovane, , per cui si trovano a convivere con i sempre più comuni problemi affrontati dalle famiglie d’oggi, impegnate a conciliare le esigenze familiari con quelle lavorative, spesso senza gli aiuti garantiti da una rete familiare allargata….
Il padre appare più silenzioso e riservato, ma si vede che è molto interessato al benessere di suo figlio, lo si capisce da come sta con suo figlio….e da come Martino sta quando è con lui….. Non parla molto ma è in contatto col suo bambino e nel momento in cui vi è stata la necessità di fermarsi a ripensare e costruire al meglio il percorso dell’inserimento, si è dimostrato disposto a farlo, rivedendo alcune scelte (ed aspettative).
La madre è apparsa da subito più aperta e disponibile al dialogo, ha un bel viso, ma appare stanca e affaticata (scopriremo che le notti sono tutt’altro che riposanti….). Accetterà di rallentare i tempi e fermarsi in asilo mentre il bambino continuava gradualmente l’inserimento.
Ad inizio inserimento entrambi i genitori credevano, o forse speravano, che Martino si sarebbe abituato alla loro assenza in un arco di tempo a loro sufficiente per poter poi riprendere la loro vita lavorativa senza troppi problemi……ma, fin quasi da subito, la realtà si è dimostrata diversa dalle aspettative nutrite, o meglio i tempi richiesti da Martino non coincidevano con quelli attesi dai suoi genitori.
Martino fa fatica a sostenere e tollerare lunghe assenze, piange molto, è spaventato.
Martino ha fame, ma da noi non accetta serenamente il biberon con il latte materno…..apre la bocca, assaggia qualche goccia ma subito dopo il latte sembra assumere un gusto diverso, non così buono e rassicurante come quando lo beve in braccio alla sua mamma o al suo papà…..questo è il primo segnale che dobbiamo accettare, capire e cercare di affrontare seguendo strade nuove. Con il suo pianto Martino cerca di dirci a gran voce che per lui è troppo difficile accettare da noi il nutrimento che lo riconduce ad una dimensione simbiotica con la sua mamma, ci vuol far capire che non si fida ancora di noi per potersi saziare con il latte, con quel latte che è solo suo e di sua mamma. O per lo meno non come lo fa lei.
Martino ha sonno, ma le nostre braccia non sono così rassicuranti e calmanti come quelle dei suoi genitori…..le prime volte che si è concesso una piccola pausa ed è riuscito a riposare un po’ lo ha fatto “chiedendoci” di non guardarci troppo negli occhi, perché sapeva bene che in noi non avrebbe ritrovato gli occhi o il seno della mamma.
Passo dopo passo abbiamo costruito un po’ di fiducia, e quando riapriva gli occhi, anche se non ritrovava il volto materno sembrava sereno e rilassato svegliandosi in braccio nostro.
Giorno dopo giorno mi rendo conto che la prima cosa che dobbiamo fare è accettare di non sapere, accettare di non conoscere Martino, accettare di non poter sapere se mangerà, se dormirà, se piangerà. È difficile non avere certezze ed iniziare ogni nuovo giorno dell’inserimento senza sapere cosa accadrà, ma arrivo alla conclusione che l’ unica cosa che possiamo fare è concederci il tempo di guardare Martino con il desiderio di iniziare a conoscerlo per ciò che è veramente, nella sua imprevedibilità, senza aspettative o desideri dettati più da esigenze nostre che sue. Affianco Maria e, passo dopo passo, la aiuto a mettersi nelle condizioni di conoscere il bambino senza aspettative, e senza paure, così da lasciarsi condurre anche dai piccoli segnali e cambiamenti che Martino ci lascia scoprire…..tempi di attesa e tranquillità via via più lunghi, momenti di gioco e concentrazione più significativi, sguardi che si incrociano più frequentemente e si tollerano con piacere, anche con sorrisi.
Abbiamo esplorato più vie, siamo riuscite a “ nutrirlo” in un modo per lui sostenibile, non  confusivo.
In una delle mattine in cui Martino piangeva capivamo che aveva bisogno di mangiare, ma il biberon, come detto prima, non lo voleva accettare. Il fruttino dolce dato col cucchiaino neanche…..qualche assaggio e poi nulla. Un biscottino per neonati lo soddisfava un po’ di più, ma non bastava. È stata l’ intuizione della maestra Giulia, sempre del gruppo lattanti, a rivelarsi “magica”……..io tenevo in braccio Martino e lei, seduta di fronte, ha pensato di potergli proporre il latte materno con un piccolo cucchiaino, goccia dopo goccia, come ad un cucciolo. Curioso e vorace lo ha accettato molto volentieri, senza aver paura di ritrovarsi confuso in una modalità di nutrimento simbiotica. Il cucchiaino è stato il simbolo di una mediazione, di una separazione che ha portato ad un vero avvicinamento. Il latte della sua mamma era tornato ad avere quel sapore dolce e unico di sempre, tanto da fargli capire che una volta bevutone una buona parte dal cucchiaino, poteva tornare ad assaporarlo anche dal biberon stesso!
Nei giorni successivi, finalmente, una certezza l’avevamo conquistata ed è stata la prima di una serie di ulteriori passi in avanti….passi che hanno permesso a Martino di gustare la pappa dell’asilo!

E’ un percorso parallelo al suo piccolo bambino, quello che la mamma di Martino ha fatto nella frequenza al nido, durante e dopo il periodo di inserimento.
Dobbiamo proprio parlare di frequenza al nido non solo per il bambino ma anche per la mamma proprio perché anche lei ha frequentato la struttura, condividendone i tempi quotidiani e gli umori per qualche mese e anche la compagnia delle persone che ci lavorano.
Martino, come descritto nella sua storia di inserimento, è piccolino e spaventato e ha bisogno di tempo e vicinanze affettive per riuscire a capire ed accettare i cambiamenti che le necessità di rientro al lavoro dei genitori comportano.
L’inserimento con la presenza dei genitori assieme al bimbo è stato lungo. Entrambi i genitori si sono dimostrati disponibili. Restavano con Martino nella stanza da gioco, restavano per fare la pappa con lui assieme agli altri bambini e alle colleghe, si assentavano per tempi brevissimi, ma il tempo passava e i segnali di disagio di Martino erano comunque tanti. Indicavano che c’era ancora bisogno di non accelerare i passaggi della separazione e soprattutto di non allungare i tempi della lontananza di Martino dai suoi genitori.
Contemporaneamente alle richieste di vicinanza di Martino aumentavano però anche le paure e le ansie di mamma e papà.
La necessità di ritornare al lavoro era vissuta da entrambi come un incubo incombente. Non c’era tempo, non c’era più tempo.
Il conflitto tra il dolore per la separazione da Martino e l’ansia per la necessità di dimostrarsi produttiva ed efficiente sul lavoro al rientro dalla maternità era particolarmente straziante per la mamma.
Molta era anche la sua solitudine: nessun familiare in città al quale appoggiarsi, nè amiche o amici ai quali chiedere una mano.
Gli unici esseri umani che incontrava da parecchi giorni, oltre a suo figlio e suo marito, erano le educatrici del nido.
Nemmeno colleghe o colleghi sul luogo di lavoro visto che il suo contratto di lavoro prevedeva l’home working quotidiano.
Ma ecco che proprio questa ultima informazione data alle educatrici ha aperto un’opportunità nuova per cercare di contenere i sentimenti difficili che ormai stavano prendendo il sopravvento in tutti, anche un po’ nelle educatrici.
La mamma ci ha spiegato che lei lavorava da casa, in orari predeterminati dall’azienda, che però i tempi consentiti dalla frequenza di Martino glielo impedivano, con gravi problemi ormai per il suo lavoro.
In quel momento di indecisione e conflitto è nata la nostra proposta. Abbiamo offerto alla mamma di Martino un luogo dove lavorare, le abbiamo detto che poteva lavorare al nido, in una stanza vicino al bimbo, nella struttura. Questo le avrebbe consentito di ottimizzare i tempi a disposizione per il suo lavoro e anche per la frequenza di Martino, senza preoccuparsi inoltre degli spostamenti. Insomma un nido-working.
E così è iniziata questa esperienza. Arrivavano alla mattina, la mamma e Martino.
Lei lo accompagnava nella stanza dei bimbi e poi andava nella sua stanza da lavoro, la nostra stanza riunioni, in mezzo al nido, con vetrate che consentivano a lei di vedere cosa accadeva negli spazi interni e a noi di vedere lei e interagire con lei quando passavamo di là.
Avevano iniziato la frequenza parallela.
Con la sua presenza vicino al bambino anche la grande preoccupazione che la attanagliava stava scemando: si potevano gestire meglio i tempi della separazione, le pressioni del lavoro erano diventate sopportabili e la convivenza con altre persone al lavoro le forniva delle occasioni di relazione e di scambio che da molto tempo non aveva.
All’ora della merenda le offrivamo il caffè. Come il suo bimbo rifiutava il cibo da noi, anche lei ha ripetutamente rifiutato un caffè, un the, con cortesia, ma con varie ragioni (lo ho già bevuto, adesso lavoro altrimenti non ce la faccio, ecc).
Se era nelle nostre possibilità e la vedevamo non impegnata nelle frequenti conversazioni telefoniche facevamo un passaggio per un saluto. Comunque, cosa molto importante per lei, la riaggiornavamo costantemente sulla giornata di Martino, sui suoi progressi e sulle sue richieste, tenendo sempre molto aperto il canale comunicativo.
Le giornate di mamma e bambino venivano costruite giorno per giorno “in itinere” aggiustando i tempi, le comunicazioni e i contatti con dei feedback continui.
Si allungavano così i tempi del nido di Martino e si allungavano i tempi di lavoro della mamma. Gli umori e i sentimenti erano di giorno in giorno più definiti e più contenuti. I ritmi più scanditi e meno caotici.
La mamma ha iniziato ad accettare i primi caffè e a fare qualche pausa per chiacchierare qualche minuto e l’unico argomento non era più solo Martino ma anche la città, la sua famiglia, le sue scelte di vita ecc.
Si stava avvicinando il momento di chiudere questa esperienza. Ormai il bimbo riusciva a frequentare con serenità e continuità per tutta l’intera mattinata. Anche la mamma poteva essere a quel punto pronta per assumere i suoi normali ritmi di lavoro e quindi poteva tornare a farlo in casa come da sua abitudine.
Aspettavamo ancora di avere un ulteriore importante segnale da Martino: non aveva ancora accettato di mangiare il pranzo al nido, non aveva ancora accettato un pasto solido. Ritenevamo questo passaggio importante.
Il segnale però non si fece attendere e, come in tutta questa storia, fu un segnale “parallelo”.
Dopo vari caffè, ma cordiali rifiuti anche da parte della mamma sull’accettare il pranzo dalla cucina del nido, un giorno alla mamma, senza chiederle nulla, abbiamo portato il pranzo, su di un vassoio, pronto, caldo.
“Ecco il pranzo per lei, è quello che mangia anche Martino. Buon appetito”.
Contenta, ha accettato subito e mangiato con gusto commentando come fosse comodo e piacevole trovare un pasto caldo…..
Alla fine del pranzo l’educatrice ha portato Martino alla sua mamma che, sfamata e dopo la mattina di lavoro, era pronta ad accoglierlo.
La prima comunicazione che l’educatrice ha fatto alla mamma è stata: “oggi una bella novità: Martino ha mangiato per la prima volta la pappa!”
Ecco il segnale.
Ci è proprio sembrato che il cerchio si fosse chiuso: la mamma e il suo bimbo, nella stessa giornata, avevano accolto l’offerta del cibo, delle cure in maniera profonda e convinta, suggellando il patto di fiducia che con impegno e fatica da tempo costruivamo assieme.
Si poteva iniziare una nuova fase, caratterizzata ora da una separazione consapevole e sufficientemente accettata sia dalla mamma che dal piccolo Martino.
Tutti i partecipanti di questa storia potevano ora sentirsi separati ma completi e non confusi o costretti.
La mamma che, rassicurata e fiduciosa, poteva ora lavorare da casa a lungo, facendo la professionista, cosa che amava e immaginando che questo non era in assoluto contrasto con la sua funzione materna.
Il bambino che, dopo avere accettato l’esistenza di un’altra figura di cura, poteva godere del contesto sociale e aprirsi a nuove esperienze confrontandole con quelle domestiche.
Ma anche l’educatrice, che riconosciuta nel suo ruolo sia dalla mamma che dal bimbo poteva svolgere ora con pienezza il suo ruolo concludendo quel periodo nel quale era stata forse un cordone ombelicale per mamma e bambino.
Forse è questa la figura simbolica che possiamo usare per questa storia
Le professioniste del nido (educatrici e figure di coordinamento pedagogico) hanno inventato un cordone ombelicale relazionale che ha nutrito mamma e bambino, sia separatamente che insieme, quando entrambi sembravano ancora incaci di sostenere la vita di relazione al fuori dalla loro simbiosi.
Quando è arrivato il segnale è stato facile tagliare il cordone.

Serena Bontempi e Alessandra Carretti
Coordinatore e vice coordinatore di Arcobaleno 1 e 2